Il deserto è il qui, l’ora ed il soltanto…

Barbara Perlini

di Barbara Perlini

Il deserto, così a lungo immaginato e pensato che la delusione era dietro l’angolo. E invece. Impossibile non restare sedotta e soggiogata dalla magnifica desolazione di paesaggi sempre diversi, dal calore e dal colore di una terra forse ingenerosa ma di una bellezza struggente ovunque lo sguardo si volga.

Il deserto è il qui, l’ora ed il soltanto … credo sia la prima volta in vita mia che sono così presente al presente, perdonatemi l’ignobile giochetto di parole. Ho dimenticato tutto e tutti, rivolgendo solo un pensiero a Federico ogni tanto … il mio nanetto, il mio nipotino di neanche un mese, lui non lo potevo scordare. Il resto del mio universo – pure molto amato, credetemi – invece, l’ho riposto in un cassetto, che è rimasto ben chiuso fino al ritorno nel mondo abitato (non uso volutamente il termine civiltà).

Ho scordato di avere un cellulare – che immagino comunque non prendesse – una mail, un indirizzo persino. Camminare è libertà, dice una delle magliette da battaglia che porto sempre quando faccio trekking. Camminare nel deserto, ho scoperto con intima gioia, è ancora di più … mettere un passo avanti all’altro per ore è una terapia, un modo magico di entrare in contatto con me stessa e con l’universo, un felice black out delle sinapsi, una scoperta abbastanza recente ma che sono certa mi accompagnerà a lungo, per il carico di gioia che porta ogni volta con sé. È la possibilità di tacere ma anche di parlare, di regolare il mio passo su quello degli altri o di scegliere un ritmo solo per me, è la stanchezza felice della sera e la leggerezza assoluta, di testa e di gambe, del mattino.

I chilometri percorsi nella hamada del Dràa sono ancora qualcosa in più, sono la meraviglia di un ritrovato sguardo di bimba, la felicità di una scoperta continua, il piacere fisico e profondo di mettere sempre più spazio tra me ed il punto da cui sono partita senza mai pensare all’arrivo, la gioia di sentirmi bene, bene davvero. Sono un’ottimista, amo la vita sempre e comunque, sono contenta di alzarmi persino il lunedì … ma bene come mi sono sentita qui, mi ci sono sentita di rado.

Mi piace, mi rasserena pensare a quante cose che chiamavo indispensabili sono diventate solo importanti, e quanti importanti li ho declassati a … ma anche no. Parlo di cose materiali, e parlo anche di pensieri che zavorrano spesso la nostra vita di ogni giorno … parlo della luce che ora spengo dappertutto al mio passaggio ancora più di prima (i colleghi che vanno in bagno dopo di me mi odiano, più di uno stinco ha già pagato le conseguenze della mia nuova mania J), parlo delle docce che ora sono più veloci, parlo della mia borsa da ex Mary Poppins che ora pesa meno di metà. Ma parlo anche di tante preoccupazioni, di tanti pensieri, piccoli sì, che però appesantiscono la giornata … mi sono accorta che senza esserne cosciente ne ho lasciate andare un sacco.

Il rovescio della medaglia, se così lo posso chiamare, è un bisogno fortissimo di stare sola, di spegnere il telefono e il pc, di voler bene alle persone a cui voglio bene senza dirglielo e senza farmi sentire. Più forte di me, quasi incontrollabile … un’agonia andare in ufficio e sorridere ai colleghi e raccontare, un’agonia i miei amatissimi corsi di francese e cinese, un’agonia gli impegni presi prima di partire con tanto entusiasmo … no, non intendo fare l’eremita da grande, a un mese dal rientro sto pian piano tornando quella che ero ed ho ricominciato a cercare chi mi è amico, che per fortuna ha compreso e rispettato il mio silenzio, durato più di quanto pensassi ma per me davvero benefico.

Che c’entra tutto questo con il racconto di un viaggio, che queste righe avrebbero la pretesa di essere? Beh … il viaggio si prolunga dentro di noi dopo che è finito – questa è farina di un altro sacco, rubata all’amato Saramago – e il mio, stavolta, si è prolungato così, invece che nel solito scoppiettante entusiasmo del rientro e nella voglia di raccontare tutto a tutti …

E le notti, poi? Beh … lo confesso. Dopo tutte le storie fatte a tutti sull’accampamento berbero prima di partire, in tenda ne ho passata una sola.

La seconda sera faceva un gran caldo, e così io e le centocinquantasette oche immolate per riempire il mio sacco-a-pelo-mi-raccomando-bello-caldo-che-in-novembre-di-notte-si-gela ci siamo spostate sul tappeto davanti al fuoco. Non avevo idea, ma come sono felice di averla ora! di cosa sia svegliarsi nel cuore della notte ed aprire gli occhi su milioni di piccoli cuori pulsanti … da piangere, e infatti ho pianto, lo dico senza vergogna. Le tre notti successive il freddo è tornato, anche se non mordeva poi così tanto, ma ormai … non potevo sopportare più niente tra me ed il cielo. E poi via, che si siano sacrificati per qualcosa quei poveri pennuti! J L’ultima notte in albergo a Marrakech l’ho passata in bianco, non riuscivo a riabituarmi a letto e cuscino 🙂

La sveglia prima dell’alba è un momento magico … allontanarmi da sola dal campo per inoltrarmi nel nulla, in quel momento che ancora non è giorno ma già non è più notte, con le stelle che impallidiscono pian piano e una falce di luna che sembra volersi fermare ancora un pochino a farci compagnia, l’aria fresca e nuova e pulita di un mondo che sembra svegliarsi per la prima volta in un eterno oggi … è stato un gran regalo. Non sono capace di riportare le sensazioni sulla tastiera, l’unica cosa che riesco ad evocare, pur sapendo di essere banale, è una concreta felicità. Toccare la sabbia, i rami della cassia, i sassi sparsi sulla mia strada, inciampare nelle ciabattine di plastica, combattere con l’accendino marocchino che non vuol saperne di collaborare, rompere le scatole ai dromedari … ecco, di rado mi sento così bene, qui nel mio mondo, per quanto bene gli voglia.

E il tramonto, la sera … via, da qualche parte, per conto mio, meglio se in alto. A parte lo spettacolo della palla infuocata che scende pian piano e accende milioni di pensieri … mi piace stare sola e lasciare che sia il vento a raffreddare ed asciugare i lacrimoni che inevitabilmente dopo due minuti mi rigano le guance. La troppa bellezza, come la troppa felicità, è difficile da sopportare, per la piccola donna che sono, e trabocca.

Chiudo con le parole che mi sono sgorgate dal cuore il giorno dopo il rientro, quelle con cui ho tentato di dare voce, senza riuscirci del tutto, al mondo nuovo che mi porto dentro con amore autentico, e che non vedo l’ora di ritrovare.

… sono tornata, ma solo con il corpo. Sono tornata, e per la prima volta in vita mia ho pianto senza vergogna in aeroporto, ho pianto in aereo, ho pianto ieri sera a casa. Di felicità e di nostalgia, di gioia e di voglia di tornare indietro subito.

Sono tornata, rivoltata come un calzino, traboccante di emozioni e sensazioni che vorrebbero uscire e travolgere il mondo, ma non trovo le parole e chissà se sarò capace di trovarle mai.

Sono tornata, e riacceso il cellulare sono stata investita da uno tsunami di affetto, di messaggi, di sei tornata, come stai, come è andata … e l’unica cosa che ho saputo fare dopo un paio di risposte a chi mi è più caro è stata spegnere di nuovo il telefono e non riaccenderlo a fatica che stamattina.

Sono tornata, e … la profezia Mario, che ama l’Africa come nessun altro che io conosca – tornerai entusiasta, ne sono sicuro – era sbagliata, per difetto. Non sono entusiasta, sono perduta. Perduta nei sassi della hamada, nelle foglie di the in fondo al bicchiere, nel vento caldo del tramonto, nello sguardo di brace dei ragazzi berberi che ti scava dentro, nel cielo di notte troppo bello per non piangere, negli abbracci stretti con i miei compagni di strada al momento dei saluti, nei raggi di sole dell’alba, nei granelli di sabbia delle dune, nell’umanità colorata e vociante di Marrakech e nei silenzi metafisici della solitudine che andavo a cercarmi ogni sera.

Sono tornata … e non so se riuscirò a tornare mai più.

I sogni nel cassetto, si sa, fanno la muffa. Io ho deciso di lasciarlo aperto, quel cassetto … deserto, aspettami. Torno presto.

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