Le piante del nostro cammino

di Siria Biagioni

di Siria Biagioni

Siria ha realizzato una bellissima ricerca sulle piante incontrate durante il cammino nel Sahara di Capodanno, clicca il link sottostante per visualizzare la presentazione!

le piante del nostro cammino

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Cammini d’inverno

A marzo si conclude la stagione dei cammini nel deserto e nella Valle della Dràa. Aprile e maggio, infatti, sono mesi di norma assai ventosi. Mentre a partire da giugno e fino a tutto il mese di agosto il caldo diventa troppo intenso, con temperature che arrivano a superare i 50° c. In attesa che a fine estate il clima torni propizio ai viaggi a piedi, chiudiamo con gioia e gratitudine un inverno ricco di passi, esperienze ed emozioni condivise con tanti amici, vecchi e nuovi, della Compagnia dei Cammini:

Capodanno nel Sahara con le carovane berbere

Capodanno nel Sahara con le carovane berbere…con Sonia, Marco R., Paola, Susanna, Giacinto, Paolo, Marco C., Michele, Bianca, Sabrina, Davide, Fortunato, Elisabetta e Florestano e Said

 

La magica Valle della Dràa

La magica Valle della Dràa…conLidia, Daniela F., Lorella, Marco, Marisa, Daniela A., Davide, Fanny, Maria Cristina, Egidia, Stefania, Hamza, Omar e Hussine

La Valle della Dràa, il giardino ritrovato

La Valle della Dràa, il giardino ritrovato…con Lidia, Paola, Dorotea, Marialuisa, Massimiliano, Ermes, Antonella, Francesca P., Stefania, Mario, Luigi, Paolo, Maria Paola e Francesca B.

Didi

…e alla fine – perché la compagnia fosse davvero al completo – nella grande tenda è arrivato anche Didi, un terremoto di tenerezza!

 

Signori nomadi della carovana, vi saluto con il vento…

di Elisabetta Ferracci camminatrice ed erborista

di Elisabetta Ferracci camminatrice ed erborista

Il saluto di Elisabetta ai camminanti del Capodanno nel Sahara con le carovane berbere:
Un saluto a tutti voi, con l’augurio che ogni giorno, ognuno di noi impari a ricevere ciò che il giorno porta:
Bianca ti saluto con la galaga, il fiore delle madri, perchè da te riceviamo l’abbraccio del latte e lo stimolo della sculacciata,
Paola ti saluto con la gramigna, la pianta che non si estirpa mai, perchè da te riceviamo la forza e la verità dell’atto che vanifica ogni dire,
Davide, ti saluto con lo spaccasassi, la pianta che rompe muri e pietre, perchè da te riceviamola la capacità di apprezzare l’anima e la vita di ciò che un’anima non sembra possedere,
Marco (Genova), ti saluto con il cactus, perchè da te riceviamo la capacità di eslpodere tutto ciò che non va in una breve fioritura, liberandocene disperdendo il polline, per ripartire rinnovati,
Michele, ti saluto con il biancospino, la pianta del cuore, perchè da te riceviamo l’equilibrio tra la mente e le gambe, trovando la giusta misura,
Marco (Milano), ti saluto con l’arancio, la pianta che offre tutto di sè in ogni stagione, perchè da te riceviamo il modo sano di aiutare l’altro, cioè quello che non ti prosciuga,
Paolo, ti saluto con la calendula, la pianta che fa tornare il sorriso ai bambini, perchè da te riceviamo la gioia del gioco e la giovinezza del vivere,
Sonia, ti saluto con l’Elicriso, il fiore che fa belli gli occhi, perchè da te riceviamo la sincerità e la nitidezza dello sguardo,
Flò, ti saluto con l’alga, una delle prime creature del pianeta terra, perchè da te riceviamo il coraggio di salire allo scoperto, pur restando radicato nel fondo marino,
Giacinto, ti saluto con l’erisimo, il fiore che lenisce le corde vocali, perchè da te riceviamo l’arte del cantastorie, che narra racconti, fermando tempo, luoghi e spazi in un momento raro e prezioso, quello dell’ascolto senza vizi,
Fortunato, ti saluto con la rosa canina, la bacca che mantiene la giovinezza, perchè da te riceviamo la bellezza, sensibilità e sobrietà della gioventù senza macchia,
Sabrina, ti saluto con il salice, la pianta flessuosa, perchè da te riceviamo l’arte dell’intreccio, che mette ordine sulle e nelle teste,
Susanna, ti saluto con la mandorla amara, la polvere antica della bellezza, perchè da te riceviamo l’eleganza e la raffinatezza del gesto e della parola, insegnandoci che può esistere a prescindere dal contesto,
Renè, ti saluto con l’olivo, la pianta della pace, perchè da te riceviamo la stretta di mano e la quiete del silenzio,
Dromedari, vi saluto con la tamarice, la pianta che vi piace tanto, perchè da voi riceviamo la capacità di caricarci dei nostri bagagli personali, ed in tal modo imparare a lasciare ciò che non serve più,
Signori nomadi della carovana, vi saluto con il vento, perchè da voi riceviamo la capacità di dimorare nel cammino,
Said, ti saluto con il ginepro, la pianta pionere per eccellenza, perchè da te riceviamo la forza per orientarci, aprire varchi e vivere nei nostri deserti interiori,
Marina, ti saluto con la saponaria, la pianta che annulla le tensioni superficiali tra sostanze che per natura non si mescolerebbero, perchè da te riceviamo la capacità di miscelarci agli altri vicini, e contaminarci con l’altro lontano,
Deserto, ti saluto con il germe, che è l’essenza del seme, perchè tu ci insegni la frugalità della forma, spingendoci a guardare ciò che non si vede, nel sommerso, per trovare essenza e stabilità,
(aggiungo la pianta individuata da Marina il penultimo giorno sulle ex sponde del Draa, piccola con un fiore giallo, tra la sabbia 🙂 Elisabetta, ti saluto con l’artemisia…(ndM.in arabo shiina, ovvero l’assenzio, che i nomadi aggiungono al tè, una pianta che favorisce i sogni e le visioni notturne)
Grazie, ciao a tutti voi!

Il deserto è il qui, l’ora ed il soltanto…

Barbara Perlini

di Barbara Perlini

Il deserto, così a lungo immaginato e pensato che la delusione era dietro l’angolo. E invece. Impossibile non restare sedotta e soggiogata dalla magnifica desolazione di paesaggi sempre diversi, dal calore e dal colore di una terra forse ingenerosa ma di una bellezza struggente ovunque lo sguardo si volga.

Il deserto è il qui, l’ora ed il soltanto … credo sia la prima volta in vita mia che sono così presente al presente, perdonatemi l’ignobile giochetto di parole. Ho dimenticato tutto e tutti, rivolgendo solo un pensiero a Federico ogni tanto … il mio nanetto, il mio nipotino di neanche un mese, lui non lo potevo scordare. Il resto del mio universo – pure molto amato, credetemi – invece, l’ho riposto in un cassetto, che è rimasto ben chiuso fino al ritorno nel mondo abitato (non uso volutamente il termine civiltà).

Ho scordato di avere un cellulare – che immagino comunque non prendesse – una mail, un indirizzo persino. Camminare è libertà, dice una delle magliette da battaglia che porto sempre quando faccio trekking. Camminare nel deserto, ho scoperto con intima gioia, è ancora di più … mettere un passo avanti all’altro per ore è una terapia, un modo magico di entrare in contatto con me stessa e con l’universo, un felice black out delle sinapsi, una scoperta abbastanza recente ma che sono certa mi accompagnerà a lungo, per il carico di gioia che porta ogni volta con sé. È la possibilità di tacere ma anche di parlare, di regolare il mio passo su quello degli altri o di scegliere un ritmo solo per me, è la stanchezza felice della sera e la leggerezza assoluta, di testa e di gambe, del mattino.

I chilometri percorsi nella hamada del Dràa sono ancora qualcosa in più, sono la meraviglia di un ritrovato sguardo di bimba, la felicità di una scoperta continua, il piacere fisico e profondo di mettere sempre più spazio tra me ed il punto da cui sono partita senza mai pensare all’arrivo, la gioia di sentirmi bene, bene davvero. Sono un’ottimista, amo la vita sempre e comunque, sono contenta di alzarmi persino il lunedì … ma bene come mi sono sentita qui, mi ci sono sentita di rado.

Mi piace, mi rasserena pensare a quante cose che chiamavo indispensabili sono diventate solo importanti, e quanti importanti li ho declassati a … ma anche no. Parlo di cose materiali, e parlo anche di pensieri che zavorrano spesso la nostra vita di ogni giorno … parlo della luce che ora spengo dappertutto al mio passaggio ancora più di prima (i colleghi che vanno in bagno dopo di me mi odiano, più di uno stinco ha già pagato le conseguenze della mia nuova mania J), parlo delle docce che ora sono più veloci, parlo della mia borsa da ex Mary Poppins che ora pesa meno di metà. Ma parlo anche di tante preoccupazioni, di tanti pensieri, piccoli sì, che però appesantiscono la giornata … mi sono accorta che senza esserne cosciente ne ho lasciate andare un sacco.

Il rovescio della medaglia, se così lo posso chiamare, è un bisogno fortissimo di stare sola, di spegnere il telefono e il pc, di voler bene alle persone a cui voglio bene senza dirglielo e senza farmi sentire. Più forte di me, quasi incontrollabile … un’agonia andare in ufficio e sorridere ai colleghi e raccontare, un’agonia i miei amatissimi corsi di francese e cinese, un’agonia gli impegni presi prima di partire con tanto entusiasmo … no, non intendo fare l’eremita da grande, a un mese dal rientro sto pian piano tornando quella che ero ed ho ricominciato a cercare chi mi è amico, che per fortuna ha compreso e rispettato il mio silenzio, durato più di quanto pensassi ma per me davvero benefico.

Che c’entra tutto questo con il racconto di un viaggio, che queste righe avrebbero la pretesa di essere? Beh … il viaggio si prolunga dentro di noi dopo che è finito – questa è farina di un altro sacco, rubata all’amato Saramago – e il mio, stavolta, si è prolungato così, invece che nel solito scoppiettante entusiasmo del rientro e nella voglia di raccontare tutto a tutti …

E le notti, poi? Beh … lo confesso. Dopo tutte le storie fatte a tutti sull’accampamento berbero prima di partire, in tenda ne ho passata una sola.

La seconda sera faceva un gran caldo, e così io e le centocinquantasette oche immolate per riempire il mio sacco-a-pelo-mi-raccomando-bello-caldo-che-in-novembre-di-notte-si-gela ci siamo spostate sul tappeto davanti al fuoco. Non avevo idea, ma come sono felice di averla ora! di cosa sia svegliarsi nel cuore della notte ed aprire gli occhi su milioni di piccoli cuori pulsanti … da piangere, e infatti ho pianto, lo dico senza vergogna. Le tre notti successive il freddo è tornato, anche se non mordeva poi così tanto, ma ormai … non potevo sopportare più niente tra me ed il cielo. E poi via, che si siano sacrificati per qualcosa quei poveri pennuti! J L’ultima notte in albergo a Marrakech l’ho passata in bianco, non riuscivo a riabituarmi a letto e cuscino 🙂

La sveglia prima dell’alba è un momento magico … allontanarmi da sola dal campo per inoltrarmi nel nulla, in quel momento che ancora non è giorno ma già non è più notte, con le stelle che impallidiscono pian piano e una falce di luna che sembra volersi fermare ancora un pochino a farci compagnia, l’aria fresca e nuova e pulita di un mondo che sembra svegliarsi per la prima volta in un eterno oggi … è stato un gran regalo. Non sono capace di riportare le sensazioni sulla tastiera, l’unica cosa che riesco ad evocare, pur sapendo di essere banale, è una concreta felicità. Toccare la sabbia, i rami della cassia, i sassi sparsi sulla mia strada, inciampare nelle ciabattine di plastica, combattere con l’accendino marocchino che non vuol saperne di collaborare, rompere le scatole ai dromedari … ecco, di rado mi sento così bene, qui nel mio mondo, per quanto bene gli voglia.

E il tramonto, la sera … via, da qualche parte, per conto mio, meglio se in alto. A parte lo spettacolo della palla infuocata che scende pian piano e accende milioni di pensieri … mi piace stare sola e lasciare che sia il vento a raffreddare ed asciugare i lacrimoni che inevitabilmente dopo due minuti mi rigano le guance. La troppa bellezza, come la troppa felicità, è difficile da sopportare, per la piccola donna che sono, e trabocca.

Chiudo con le parole che mi sono sgorgate dal cuore il giorno dopo il rientro, quelle con cui ho tentato di dare voce, senza riuscirci del tutto, al mondo nuovo che mi porto dentro con amore autentico, e che non vedo l’ora di ritrovare.

… sono tornata, ma solo con il corpo. Sono tornata, e per la prima volta in vita mia ho pianto senza vergogna in aeroporto, ho pianto in aereo, ho pianto ieri sera a casa. Di felicità e di nostalgia, di gioia e di voglia di tornare indietro subito.

Sono tornata, rivoltata come un calzino, traboccante di emozioni e sensazioni che vorrebbero uscire e travolgere il mondo, ma non trovo le parole e chissà se sarò capace di trovarle mai.

Sono tornata, e riacceso il cellulare sono stata investita da uno tsunami di affetto, di messaggi, di sei tornata, come stai, come è andata … e l’unica cosa che ho saputo fare dopo un paio di risposte a chi mi è più caro è stata spegnere di nuovo il telefono e non riaccenderlo a fatica che stamattina.

Sono tornata, e … la profezia Mario, che ama l’Africa come nessun altro che io conosca – tornerai entusiasta, ne sono sicuro – era sbagliata, per difetto. Non sono entusiasta, sono perduta. Perduta nei sassi della hamada, nelle foglie di the in fondo al bicchiere, nel vento caldo del tramonto, nello sguardo di brace dei ragazzi berberi che ti scava dentro, nel cielo di notte troppo bello per non piangere, negli abbracci stretti con i miei compagni di strada al momento dei saluti, nei raggi di sole dell’alba, nei granelli di sabbia delle dune, nell’umanità colorata e vociante di Marrakech e nei silenzi metafisici della solitudine che andavo a cercarmi ogni sera.

Sono tornata … e non so se riuscirò a tornare mai più.

I sogni nel cassetto, si sa, fanno la muffa. Io ho deciso di lasciarlo aperto, quel cassetto … deserto, aspettami. Torno presto.